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24/09/2012, 01:12

PLAYBOY (PARTE I)

di Joseph Rossetto

Amor, ch'a nullo amato amar perdona”, verso 103 del Canto V dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri. Penso che in sostanza l'interpretazione di questo verso sia: “L'amore, che obbliga chi è amato ad amare a sua volta”, ma essendo io poco attratto dalla letteratura e più propenso verso letture tipo La Gazzetta dello Sport, potrei sbagliarmi. Quello che voglio dire invece è molto più semplice: come ben si sa, i primi amori sono quelli più micidiali e più ingenui, sono quelli che ti sconvolgono come dentro una centrifuga e che ti travolgono come un treno in corsa. Sono eventi che ti portano inevitabilmente a un rimbambimento totale, accompagnato alle volte da conseguenze tragicomiche come questa che vi sto per narrare.

Correvano i primi anni Settanta, l'epoca dei pantaloni a zampa d'elefante, degli stivalini con cerniera e tacco maggiorato, del Punt e Mes come aperitivo, della Fiat 127, gli anni di Hey Tonight dei Creedence Clearwater Revival e di Il cuore è uno zingaro di Nicola di Bari, dei primi sbarchi sulla Luna e del pacchetto di Camel senza filtro arrotolato nella manica della t-shirt per fare il figo. Erano anche gli anni del mio primo lavoro in fabbrica e dei miei primi soldi in tasca, pochi a dire il vero, ma a chi afferma che i soldi non fanno la felicità, rispondo, con un mezzo sorriso: “La povertà invece ti fa rotolare per terra dal ridere?” oppure: “Senza soldi non si cantano messe.” Erano anche gli anni del motorino truccato, e io ne avevo uno: il mitico ed insuperabile Benelli 48 che tanti di voi hanno già avuto modo di conoscere e che è stato il mio compagno inseparabile di tante avventure. Non mi ricordo esattamente l'anno: '71 forse, oppure il '72 visto che avevo quasi diciott'anni. Ricordo però perfettamente il giorno, l'ora, com'ero vestito e che dopobarba ho usato: perché certi ricordi s'addormentano con il passare del tempo, altri invece rimangono ben svegli nella memoria per sempre.

Era Primavera ed era il periodo della sagra di San Giorgio, patrono del mio paesello, che quell'anno cadeva proprio durante la settimana Santa; e come in ogni paese che si rispetti, arrivò in piazza il Luna Park con tanto di giostre a catene, tiro a segno e autoscontri. Adesso definirlo un Luna Park è un eufemismo perché in realtà era un po' datato e sgangherato, ma a noi teenager andava benone perché ci serviva come arma di conquista; in teoria, con una decina di giri in autoscontro o giostra a catene, avevi forti possibilità di rimorchiare una giovincella del paese; in pratica invece, spendevi un patrimonio dilapidando la tua paga settimanale, conseguentemente ti indebitavi con i tuoi genitori, e alla fine te la rimorchiava uno stronzo DOC che veniva da un altro paese. Questi arrivava sempre con l'ultimo modello di motorino, giacca e camicia all'ultimo grido, una gran testa di cazzo impomatata con brillantina rancida, e, come accessori di serie, un sorriso ebete che metteva ben in mostra denti con su attaccata mezza dispensa e un alito che sapeva di cane morto in avanzato stato di decomposizione.

L' autoscontro che arrivò quell'anno era alquanto malmesso, quasi da campo di recupero, ma il tiro a segno lo batteva di gran lunga: era un ammasso di lamiere arrugginite, con fucili ad aria compressa così malandati che se miravi a est sparavano a ovest, i peluche in premio sembravano fatti in truciolare tanto erano duri e le bottiglie di spumante contenevano una miscela simile alla nitroglicerina. Di solito era gestito da una donna sui sessant'anni portati non proprio splendidamente, che si truccava con i pastelli da disegno, con un décolleté spaziale, che metteva ben in vista due tette somiglianti alle orecchie d'un cocker spaniel, e con una peluria ascellare degna di un orango tango. La giostra a catene non era da meno ed era una trappola mortale: se non eri ben allenato ti poteva capitare dopo appena un paio di giri di fare la fine di quel bellimbusto, proveniente da un paese vicino, che, dopo aver rimorchiato una giovine biondina del luogo proponendole un paio di giri, salì sulla giostra in questione, ma quando alla fine scese, la sua faccia sembrava lavata con la candeggina e dopo un attimo stava già vomitando come una fontana a getto continuo. Vomitò primo, secondo e contorno, e nel farlo non fece in tempo a schivare la sua dama, riversando così i resti dell'intera cena addosso al bel vestitino a fiori di lei, comprato per l'occasione. Alla vista, ma sopratutto per il fetore, la biondina quasi svenne, ma fece in tempo a riprendersi e... vomitò pure lei.

Rimasi folgorato, per non dire inebetito, appena la vidi: la cassiera dell'autoscontro era una diciassettenne, occhi marroni da cerbiatta e capelli rosso corvino, con boccoli che scendevano sulle spalle: sembrava una di quelle bambole che si vincevano al tiro a segno, sembrava Isabella di Castiglia. Si chiamava Delfina. Il mio corteggiamento iniziò la prima sera che la vidi e, siccome lei stava alla cassa, cominciò quasi subito il mio tracollo finanziario: in breve tempo presi in seria considerazione una rapina in banca, o in alternativa, il sequestro di un ricco mobiliere della zona, con conseguente riscatto. Per avere più tempo da passare con lei acquistavo un singolo gettone alla volta e facevo il mio giretto stando sempre nella sua visuale, a non più di tre metri da lei visuale: praticamente ero fermo, ma non me ne fregava niente, mi bastava guardarla. Finito il giro tornavo da lei: altra chiacchierata, altro gettone, e così per tutta la serata.

Una delle prime sere misi in atto uno stratagemma per riuscire a limitare un po' la spesa e centellinare il mio budget: la furbizia consisteva nell'attaccare un pezzo di chewing gum sul gettone e poi infilarlo nell'apposita fessura sul cruscotto della vettura: il gettone così rimaneva bloccato a metà e ti permetteva di fare giri a go-go. Ma il padrone dell'impianto in fatto di trucchi ne sapeva una più di Bertoldo e così fui scoperto dopo neanche dieci minuti: egli salì al volo sul retro del mezzo da me innocentemente guidato e m'assestò una sonora mano-aperta sul capo-collo facendomi sbattere il naso sul cruscotto. Nonostante un leggerissimo stordimento, mi ripresi e decisi che per quella sera poteva bastare. Il corteggiamento però proseguì nelle sere a venire e, dopo innumerevoli tentativi, riuscii a strappare un appuntamento galante per una passeggiata, così ci accordammo per la domenica di Pasqua, dopo la messa delle dieci e trenta, ora locale. Non ero al settimo cielo, ero oltre il Paradiso e durante le restanti notti dormii la media di tre ore, tanto da trovarmi, le mattine seguenti con occhiaie simili a quelle d'un barbagianni.

Venne così sabato mattina e siccome il giorno dopo era Pasqua ma sopratutto era il mio giorno da conquistador, decisi che era necessario rinnovare per intero il mio guardaroba. L'unica cosa di cui non avevo bisogno erano le scarpe, avendo acquistato poco prima un paio di stivalini all'ultimo grido i quali verranno descritti dettagliatamente più avanti. Il sabato pomeriggio entrai trafelato, con la salivazione quasi azzerata, in un negozio d'abbigliamento di Mansuè, paese poco distante dal mio: la gente del luogo diceva che fosse la migliore boutique della zona e con le proposte più all'ultimo grido sul mercato e io volevo essere vestito come un playboy per colpire la mia preda dritta nel cuore. Un negozio dove le novità, si diceva, arrivavano da Milano e i prezzi, questo è poco ma sicuro, erano da capogiro, dato che riforniva innumerevoli guardaroba del jet set locale, per la maggior parte industriali o dirigenti del ramo mobili. Fui avvicinato prontamente dal titolare che, visto il mio stato evidente di totale ignoranza nel settore, mi chiese se poteva consigliarmi e se avevo fiducia in lui. La mia risposta affermativa non tardò neanche un decimo di secondo...  

“Sono in buone mani”, pensai, ma in realtà si stava per consumare una delle più grandi rapine del secolo. Mi vennero proposti nell'ordine: una camicia color ghiacciaio perenne, in misto cotone-seta, stile ballerino di flamenco, con i becchi così lunghi che se ti giravi di scatto erano più micidiali di una spada da samurai; un paio di pantaloni a zampa di mammut d'un colore mai visto prima né dopo in tutta la mia vita: un color verde lucertola che cambiava di tono in base a come ti posizionavi al sole. Il massimo, però, fu la giacca: in tessuto a quadri di lino lucido, con colori rosso, blu e verde, modello tovaglia da pic-nic, che indossata sopra la camicia ghiacciaio perenne e i pantaloni verdi creava un mix di colori simile a una visione di chi ha assunto una dose di LSD: un vero capolavoro cromatico. Ma come cazzo si vestiva la gente a quell'epoca? Feci una prova generale e, poco convinto dei consigli datimi dal mio stilista, mi guardai allo specchio. Vedendo l'immagine riflessa facevo fatica a riconoscermi e potevo far venire in mente diverse cose: potevo sembrare: un cantante melodico da night club, o un clown di Moira Orfei, o il bassista del complesso “Gianni e i Puledri del liscio”; ma, se dovessi scegliere un paragone, direi che assomigliavo più a un Boy George ai primi albori. Al giorno d'oggi se giri per strada così conciato e non sei Lapo Elkann o Lady Gaga, t'arrestano per adescamento e buttano la chiave nella Fossa delle Marianne.

Fui convinto dal titolare che ero VERAMENTE un figo, perché ero vestito alla moda e nessuno nei dintorni aveva un abbigliamento così all'avanguardia. Nei dintorni? Non ce n'era uno simile a me nel raggio di 1000 km! Dopo aver acquistato anche un paio di calzini, rigorosamente bianchi, mi accinsi a pagare; il conto aveva raggiunto livelli astronomici pari a un week end all inclusive al Billionaire in Costa Smeralda, di conseguenza il completo da figo fu quotato in borsa; ma io pensai che era un ottimo investimento per il futuro immediato. Così, felice, presi la via del ritorno a casa, dove arrivai poco dopo. Mia madre, dopo un rapido ed esperto sguardo alla divisa da clown, domandò: “Hai una festa in maschera stasera?”, e quando venne a sapere la cifra iperbolica pagata, mi guardò severa e disse: “Guarda che ti deve durare per un bel po'!” Adesso io non so quanto tempo intendesse lei con “un bel po'”, ma so che durò di meno... molto di meno.

Alle otto zero zero spaccate, del mattino seguente, giorno di Pasqua, fui svegliato da mia madre come da procedura standard per l'inizio d'una giornata importante; avevo passato una notte insonne per il fatto che ogni mezz'ora accendevo la luce per guardare, per l'ennesima volta, il mio completo da playboy che stava appeso alla porta dell'armadio. Feci colazione con fare distaccato, non volendo far trasparire alcun sintomo di nervosismo agli occhi attenti di mia madre. In realtà ero talmente preso dall'appuntamento che se anche m'avessero dato biscotti per cani con latte scaduto da un anno, non me ne sarei accorto. Sempre più agitato, passai alla cura e alla toilette personale che prevedeva doccia, rasatura e abbondante profumazione. Per la doccia consumai una confezione intera di bagnoschiuma ed una di shampoo entrambi marca “FA” al lime dei Caraibi, una di balsamo “L'Oreal” e... quattrocento metri cubi d'acqua. Quando finalmente finii la doccia, dal piccolo bagno di casa mia uscii tanto di quel vapore che non ci si vedeva a un palmo dal naso e il tratto bagno-cucina fu chiuso al traffico. A causa dell'abbondante balsamo ci furono due reazioni: quella di mia sorella, che nel vedere il flacone vuoto si mise a urlare come la sirena di una nave porta container, e quella dei miei capelli che, dopo asciugati, sembravano la parrucca dell'attuale Platinette.

Nel radermi rischiai di tagliarmi la carotide un paio di volte a causa del nervosismo, ma ugualmente mi procurai diversi piccoli tagli facendomi sembrare, a fine rasatura, la Sacra Sindone. Mi cosparsi di dopobarba in quantità industriale: la famosa e micidiale Aqua Velva Ice Blu Williams; famosa perché era il simbolo d'ogni uomo di successo, micidiale perché, se usata in abbondanza, fungeva da antigelo d'inverno e teneva lontano le zanzare d'estate. Tale prodotto al giorno d'oggi viene venduto sotto banco nei supermercati, essendo proibito dalla Convenzione di Ginevra perché considerato arma di distruzione di massa; sembrerebbe però che sia stato introdotto clandestinamente in Iran per la fabbricazione della bomba Atomica. Il dopobarba, al contatto con le piccole ferite che mi ero procurato durante la rasatura, scatenò una reazione epidermica non comune tanto da non essere contemplata nei manuali di medicina: sembrava fossi stato morso da un cobra tanto ero rosso in volto, ma per fortuna, dopo un abbondante impacco con acqua fredda, tornai a un aspetto quasi normale. Abbondantissima spruzzata sotto le ascelle con il famoso deodorante BRUT 33, perché, come diceva Pelè a quel tempo nello spot pubblicitario, “Quando faccio una cosa, mi piace farla bene”, e io pensai di farla benissimo consumandone mezza confezione: ero più profumato di un arbre magique. Ormai erano quasi le 10 ed ero in ritardo mostruoso; mi vestii a una velocità supersonica e mi misi i famosi stivalini di cui ho accennato sopra: essi avevano un tacco di sette centimetri, cerniera bilaterale, punta troncata ed erano fatti di una clamorosa finta pelle. Bisognava stare molto attenti alle pozzanghere, perché se ne prendevi un paio, gli stivalini imbarcavano più acqua del Titanic e nell'asciugarsi si accartocciavano come foglie in autunno.

Ero pronto, finalmente, e mi detti un'ultima occhiata allo specchio: tutto sembrava a posto e tutto lasciava presagire una giornata trionfale, così salutai mamma e uscii di casa. Appena misi piede fuori dell'uscio, tutto il profumo che avevo addosso si diffuse nell'aria, mandando così in tilt tutti i cani nel raggio di un chilometro, i quali si misero ad ululare all'unisono come una muta di lupi dell'Ontario. Agitato dall'emozione come uno shaker da cocktail, misi in moto il mio bolide e dopo un minuto ero già in strada, verso la piazza, verso l'amore, verso il mio destino.

La casa di mio zio si trovava poco più avanti, praticamente appena dopo una curva che piega a destra, 300 metri dopo casa mia; pochi metri più avanti si trovava, e si trova ancora, un lavatoio comunale in cemento armato dove, prima dell'avvento delle lavatrici, le donne andavano a fare il bucato. Il Benelli 48 con motore truccato, mosse i primi metri sull'asfalto reso umido dalla pioggia caduta nottetempo. Così, dirigendomi verso la meta tanto ambita, cominciai ad affrontare la curva leggermente piegato a destra e, nel frattempo detti un rapido sguardo al cielo: la giornata era splendida.

Ma non fu così.

(CONTINUA)

Ultima modifica: 12/10/2012 alle 19:45

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