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14/05/2012, 13:19

FLAGELLUM DEI (parte seconda)

di Joseph Rossetto

Un motto di Virgilio tratto dall'Eneide recita: “Audaces fortuna juvat” (La fortuna aiuta gli audaci), ed io ero stato audace, eccome se lo ero stato; ma più che audace ero stato un gran figlio di buona donna. Se poi vogliamo aggiungere “Mors tua vita mea”, che ci sta a pennello, il quadro è completo.

La messa iniziò in pompa magna, con tutti i fasti che si competono ad una cerimonia di alto livello ecclesiastico; non toccavo neanche terra tanto ero preso dall'importanza del ruolo, dell'evento, e soprattutto dalla presenza di testimoni di ogni mio passo. La cerimonia era condotta, se così si può dire, dal Rettore in persona, coadiuvato da Padre Abramo, teologo e Guida Spirituale, e Padre Osvaldo, mio professore di Matematica e Scienze, che in seguito fece carriera e diventò un personaggio importante, pensa te che roba; quest'ultimo era famoso per il lancio del cancellino della lavagna, che ai miei tempi era in feltro nero con un pesante supporto in legno massiccio durissimo, e del quale ero spesso e volentieri bersaglio durante le sue lezioni, con conseguenti bernoccoli grossi come melograni. Visto che i tre soci saranno protagonisti in seguito, per comodità li chiamerò “La Cricca”; termine tra l'altro, molto in voga di questi tempi. La funzione proseguì in tutta la sua maestosità, ed i nostri compiti furono eseguiti “quasi” in modo impeccabile, anche perché ad ogni manovra sbagliata o distrazione, venivamo messi prontamente in riga dal metodo “Padre Osvaldo”. Tale metodo sarebbe ancora infallibile ancora ai giorni nostri, ma, ahimè, viene messo poco in pratica; in poche parole, per fare un esempio, al chierichetto un po’ distratto, che, nel reggere una candela, la inclinava, versando cera bollente a 800 gradi Celsius sulla mano del sacerdote, veniva affibbiato un calcione dritto dritto sugli stinchi; azione tra l'altro non notata dal pubblico in sala perché si era parzialmente coperti dall'altare maggiore. Stessa sorte ti poteva capitare se, con fare maldestro, durante l'Offertorio, versavi più vino ed acqua sulle mani del sacerdote invece che nel calice sacro. Eravamo però ben allenati a quell’evenienza, perciò, se il primo calcio andava sfortunatamente a segno, gli altri riuscivamo a schivarli con una prontezza di riflessi fuori del comune. Così, durante la funzione, uno dei tanti calci a vuoto andò a fermarsi sul basamento dell'altare costruito in marmo di Massa Carrara, e Padre Osvaldo riuscì a malapena a soffocare un grido belluino di dolore, ma la sua faccia, rossa come il culo di uno scimpanzé, diceva di tutto e di più. Un mio compagno di classe, tale Antonio Lucchese, che quando serviva messa ne combinava di cotte e di crude, per proteggersi indossava sotto ai calzettoni dei parastinchi procuratigli da un suo lontano cugino che giocava a calcio in un’infima terza categoria e costruiti da lui stesso in un materiale simil-pioppo. Naturalmente fu scoperto e di conseguenza punito con l'obbligo di recitare due rosari al giorno per una settimana, però al contrario, in modo da sembrare posseduto, e, soprattutto, stando inginocchiato sui ceci con in testa una corona di ortiche appena colte.

Tornando sul sentiero, la messa proseguì, e venne il fatidico momento della benedizione dell'ulivo, che si tiene appunto nel giorno delle Palme. Qui entrava in gioco il sottoscritto. Il mio compito era di reggere il turibolo e tenerlo sempre in movimento, con un'oscillazione da destra a sinistra per permettere alle braci di rimanere accese e l'incenso adagiato sopra sempre fumante. Mi venne consegnato il marchingegno dal sacrestano che aveva dipinto sul volto terreo la domanda: “Ci sarà da fidarsi?”; comunque il dado era tratto ed era giunta la mia ora, come per Gesù nel orto degli Ulivi. Le immagini mi scorrono davanti nitide nonostante siano passati 44 anni e, se avrò tempo e voglia di campare, rimarranno tali per altrettanti decenni. Ero inginocchiato dietro il Rettore che mi dava le spalle e stava concludendo la messa con le ultime preghiere; se avesse saputo cosa stava per accadere, forse ne avrebbe recitate molte in più. Sinistra-destra, il turibolo oscilla sicuro tra le mie mani; sinistra-destra, dai che vai bene; sinistra-destra, il fumo dell'incenso esce poco e decido di aumentare la velocità per ravvivare le braci; sinistra-destra, adesso sì che va alla grande. D'improvviso la mia attenzione venne attratta da non so che cosa, forse fu solo il destino, e così girai leggermente la testa, ma quando tornai in posizione era ormai troppo tardi e si aprì il baratro dell'Apocalisse. Il turibolo era sul mio lato destro, ma non arrivo mai più sul lato sinistro; infatti nel frattempo il Rettore si era genuflesso davanti all'altare sporgendo all'indietro la gamba destra, e con il tacco di un mediocre mocassino acquistato ai saldi dei Grandi Magazzini, mise fine alla corsa dell'aggeggio infernale e di tutti i miei sogni. Colpii violentemente con precisione millimetrica la scarpa con il turibolo a pieno carico, ed il suo contenuto, incandescente e fumante, fuoriuscì in un nanosecondo; sotto l'altare maggiore era disteso un tappeto di inestimabile valore, dono d'un gruppo di ricche pie donne: tutto quanto, altare e tappeto, in breve si trasformò in Pompei 62 d.C.

I lapilli d'incenso e le braci incandescenti finirono ovunque e cominciarono la loro opera incendiaria. In un attimo si creò uno stato di confusione totale; c'erano focolai sparsi in ogni angolo, e tutto il clero presente era nel bailamme più delirante, non sapendo cosa fare. Posso ben capirli, perché non è cosa di tutti i giorni incendiare una chiesa. Il loro volto diceva chiaramente “Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonato!” Padre Alfonso da Sarmede, che si trovava nelle prime file, corse con la tonaca alzata in sacrestia e riapparve con un estintore in mano, confidando nel fatto d'avere un fratello pompiere; ma essendo totalmente vergine in materia, il risultato fu tragicomico. Tolse la sicura e premette la leva, ma dalla forte pressione l'erogatore gli sfuggì di mano ed il contenuto si diresse copioso verso la navata centrale: i presenti nelle prime dieci file cambiarono radicalmente aspetto, e divennero statue di gesso. Nella prima fila c'era l'ultra ottantenne (e semi inebetito) Mons. Zoppas, alto prelato, ex vescovo della diocesi, famoso per le sue pennichelle durante la messa: prendeva sonno all'inizio della funzione e russava come un trattore Landini a testa calda, per poi essere svegliato con l'elettrochoc. La polvere fuoriuscita dall'estintore colpì pure lui, e quando essa si diradò, egli stava ancora beatamente dormendo; sembrava una scultura in marmo del Brunelleschi, e dopo un breve consulto di una commissione delle Belle Arti, fu spedito ai Musei Vaticani dove visse il resto dei suoi giorni.

Intanto le procedure per domare l'incendio continuavano in un casino totale; i preti saltavano sopra il tappeto nel tentativo di domare le fiamme tanto da sembrare indemoniati ed impegnati in una danza tribale pagana Wutsu. Qualcuno arrivò con dell'acqua, ma l'idea non fu il massimo della genialità; dopo alcune secchiate, infatti, la zona dell'altare maggiore si trasformò in un pantano misto acqua-ceneri-fuliggine. Alcuni preti scivolarono, ed uno di essi, nel tentativo di salvarsi si aggrappò ad un lembo della tovaglia che stava sopra l'altare, con conseguenze nefaste; venne giù tutto in rapida sequenza e nel seguente ordine: ostensorio, calice sacro colmo di ostie consacrate, librone con leggio, ampolla acqua ed ampolla vino, crocifisso in oro tempestato di gemme. Sembra che quest'ultimo nel cadere abbia mormorato “Il Golgota? Una grigliata tra amici al confronto!”

Cosa poteva succedere ancora? Niente. La situazione si normalizzò dopo circa mezz'ora, ma io ero pietrificato, conscio di quello che m'aspettava. Gli sguardi della “Cricca” erano un messaggio che lasciava ben poco spazio ad interpretazioni: fosse stato per loro, mi avrebbero legato ad una colonna della chiesa e scuoiato vivo con un pelapatate arroventato. In qualche modo riuscirono a benedire l'ulivo, ma in contemporanea maledicevano il sottoscritto, guardandomi di sbieco con ghigni feroci: l'avevo combinata davvero grossa, e la punizione sarebbe stata pari al danno, con gli interessi stimati da un usuraio. Non vi ho detto dei miei genitori presenti: mia madre voleva ammazzarmi, ma mio padre non era assolutamente d'accordo perché voleva farlo lui stesso con le sue mani. La giornata proseguì, ed il pranzo domenicale sapeva tanto da “ultimo pasto”. Sia la ricreazione del pomeriggio che quella della sera dovetti passarle in camera mia: questo per farmi capire a cosa andavo incontro.

Il mattino seguente passò abbastanza velocemente e senza grosse novità; nel cuor mio speravo che la cosa fosse passata liscia, ma non poteva essere così: troppo era il malanno combinato, e l'odore di bruciato che aleggiava tra le mura del seminario aiutava a ricordare il disastro perfino allo smemorato di Collegno. Durante il pranzo mi comunicarono che ero stato convocato dalla Cricca nello studio del Rettore alle 15 in punto. Non avevo neanche finito il primo che mi si bloccò subito lo stomaco, non riuscii a mandare giù più niente e cominciarono a tremarmi le gambe. Quando si era convocati dalla Cricca erano cazzi, perché lo facevano solo in casi molto gravi, e io avevo la netta sensazione il mio fosse davvero uno di quelli. Feci ricorso all'Alta Corte di giustizia dell'Aja, dicendo che se il processo fosse stato presieduto da ex ufficiali della Gestapo forse sarebbe stato più equo e io avrei avuto qualche chance in più, ma ogni tentativo fu respinto e alle 15 spaccate bussai alla porta dello studio ovattato del Rettore.

Eccoli lì, i tre Inquisitori. Il Rettore, con un naso appuntito a forma di corno di antilope, e un riporto così lungo, che una volta, a Venezia, durante una gita in una giornata di vento, dal vaporetto lanciarono i suoi capelli al posto della cima. Padre Abramo: alto 1.95 scarsi, biondo ariano, occhi blu ghiacciaio della Patagonia, sguardo tagliente e poco rassicurante. Essendo uno dei due Padri Spirituali del seminario, dovevi andare da lui ogni 15 giorni, per aprirgli la tua anima. Lui, in compenso, ti faceva due coglioni formato mongolfiera: a me in particolare elencava le punizioni che mi avrebbe inflitto il Padreterno nell'aldilà se non mi fossi pentito di tutti i miei peccati. Poco tempo fa ho fatto due conti: se morissi adesso, avrei un debito, facendo il cambio peccati-euro, pari a dieci volte il deficit della Grecia. Padre Osvaldo: il più temibile dei tre. Era un robot e non trasmetteva nessuna emozione. Secondo me era stato allevato a pane raffermo, sale grosso, aceto e chiodi. Indossava sempre occhiali da vista con le lenti scure, tanto da sembrare  il generale argentino Videla; era famosa la sua “crocca cranica”, che consisteva nel picchiarti (crocca) in testa (cranica) con le nocche delle mani. Io personalmente ero uno dei suoi bersagli preferiti ed a suon di crocche mi si formò un piccolo avvallamento in testa; al giorno d'oggi, se sto sotto la pioggia, mi ci si forma una piccola pozzanghera.

Il processo iniziò. Non mi fecero sedere, così dovetti rimanere in piedi durante tutto il tempo del dibattito in aula, trattato peggio dei gerarchi nazisti durante il processo di Norimberga: loro infatti erano comodamente seduti nonostante accuse ben più gravi delle mie. L'udienza non durò molto, in verità, anche perché il processo prevedeva solo l’esposizione circostanziata delle accuse e non mi fu possibile difendermi in alcun modo: processo a senso unico con sentenza senza appello, come in ogni vera dittatura che si rispetti. Ci fu un breve conciliabolo fra i tre, comodamente seduti su poltrone in pelle umana nera e proveniente da qualche sperduta missione dell'Africa centrale, e dopo alcuni minuti il Rettore con voce greve sentenziò: “Non vogliamo creare un ulteriore problema ai tuoi genitori, visto che già ci pensi tu. La tua punizione sarebbe l'espulsione dal seminario già da oggi stesso, ma sappiamo che questo sarebbe un grande dolore per loro. Perciò ti sarà dato il permesso di finire l'anno scolastico. Tuttavia considerati virtualmente espulso. Uno come te non è degno di percorrere le vie del Signore. Dopo di che mi fu elencata una serie di provvedimenti e restrizioni a mio carico: sommando il tutto la severità delle pene era pari a due ergastoli. Erano stati proprio pietosi e magnanimi, in perfetto accordo con i principi della vera carità cristiana, e poteva andarmi molto peggio: infatti in certi paesi vige ancora la pena di morte. Non aprii bocca, ma il sangue mi ribolliva dentro come il magma di un vulcano: dovevo fargliela pagare, fosse stata l'ultima azione della mia vita.

Eravamo ai primi di Aprile e la mia agonia sarebbe durata ancora due mesi abbondanti, perciò decisi di rimanere calmo e tranquillo il più possibile. Ci riuscii quasi del tutto, tranne quella volta che sistemai due ragazzi di un'altra classe, una coppia di baciapile e ruffiani dei superiori. Essi sapevano della mia situazione, perciò ogni volta che m'incontravano, ammiccavano e sogghignavano beffardamente con la chiara intenzione di prendermi per il culo. Un giorno decisi che il bicchiere era colmo e, sotto il porticato dell'ala est del collegio, posi fine alla cosa in modo definitivo. Adesso non chiedetemi come ho fatto perché ancora oggi non lo so, ma con un solo pugno li centrai tutt'e due; uno si ritrovò con un labbro gonfio come un salvagente, l'altro con un incisivo che ballava il mambo. Dopo di che li fissai negli occhi e chiesi: “Cos'è successo?”. I due, dopo, un rapido sguardo d'intesa risposero all'unisono: “Siamo caduti giocando a calcio.” Il mio piano era di portare a termine la mia vendetta contro la Cricca alla fine dell'anno scolastico, ma riuscirci da solo era molto difficile, se non impossibile; decisi allora di assoldare due degni compari, che erano tutt’e due sulla mia stessa frequenza in materia di malefatte e per questo erano anch'essi sulla rampa di lancio per fine anno,. Casualmente erano presenti quando timbrai i due baciapile, che tra l'altro stavano sul gozzo pure a loro, così ci fu subito l’accordo: sembravamo fatti l'uno per gli altri. In una notte di luna piena decidemmo di agire nei ultimi giorni di scuola, così da evitare ulteriori ripercussioni.

Il momento arrivò e il primo a pagarla fu Padre Abramo. Come ogni fine anno scolastico, si svolgeva l'ormai famosa sfida calcistica Professori-Alunni, che ogni volta mieteva più vittime della peste durante il Medioevo; io ero portiere della selezione Alunni, titolare ormai inamovibile grazie alla mia sicurezza tra i pali e sicuro e temerario nelle uscite, fin troppo (vedi puntata precedente). Con me giocava terzino Giuseppe Bet da Mareno di Piave, cugino di Aldo Bet che in quel periodo militava in serie A. Giuseppe era un terzino vecchio stampo: non tanto mobile, ma nei contrasti era un vero cagnaccio e con due piedi come ferri da stiro. E poi... era uno dei miei due compari. Padre Abramo giocava ala, buoni piedi e velocità notevole grazie alle sue lunghe leve; verso il decimo del secondo tempo, egli ricevette palla sulla trequarti e con uno scatto fulmineo superò Bet lanciandosi verso la nostra area, sicuro ormai d'essere imprendibile; Bet lo rincorse e, con un estremo gesto disperato, fece in tempo a mettere un piede sull'orlo della tonaca di Padre Abramo (in quegli anni per un prete giocare in pantaloncini sarebbe stato eresia) così da fargli perdere l'equilibrio. Il risultato fu eccellente: lo spilungone ruzzolò a terra senza riuscire a proteggersi con le mani, e planò sul ghiaino con il muso in una nuvola di polvere. Prontamente soccorso, fu rialzato, ma la sua faccia era gravemente sfigurata, tanto da sembrare un hamburger crudo. Soffocando a stento le risa, mi avvicinai all'arbitro e gli dissi: “Non è fallo, si è chiaramente buttato!! Lo ammonisca per simulazione!!” Padre Abramo finì in infermeria, noi vincemmo 3-1, ed intanto uno era stato sistemato.

Quanto al Rettore, fu abbastanza facile sistemare la faccenda; in un' angolo dell'ala dove si trovava la sua camera, c'era un gabbione contenente una ventina di diversi tipi d'uccelli e canarini, alcuni di loro abbastanza rari, regalo di un paio di genitori esperti nell’arte del leccaculi. Egli accudiva i pennuti personalmente, dando loro cibo, acqua e conforto religioso, visto che spesso parlava loro come S. Francesco d'Assisi; ma in verità non mi parevano granché interessati e propensi al dialogo. Un pomeriggio udimmo un urlo agghiacciante provenire dall'ala in questione: il Rettore aveva trovato il gabbione vuoto e dentro non era rimasta neanche una piuma, solo un biglietto, scritto con parole formate usando lettere ritagliate da un giornale, che diceva: “Rettore cuccù, gli uccelli non ci sono più!!” Egli quasi svenne dalla rabbia, anche perché non capiva come avessero potuto scappare, visto che la porticina era chiusa a chiave con un lucchetto di cui teneva la chiave sempre con sè. Era successo un miracolo:  magari un po’ particolare, ma a modo suo sempre un miracolo era. Non seppero mai chi fosse stato, nonostante interrogatori tipo Guantanamo, e neanche come avessero fatto Io però una mezza idea ce l'avrei, ma non faccio la spia, così la soluzione dell'enigma è diventato il 4° mistero di Fatima.

Il conto che pagò Padre Osvaldo fu come un quadro del Botticelli, cioè un vero capolavoro. Una delle ultime sere uno di noi tre era di corvè in refettorio, con il compito di servire in tavola i propri compagni, ma soprattutto il Rettore e tutta la ciurma dei Professori. Per andare dalla cucina al salone dove consumavamo i pasti si doveva percorrere un stretto corridoio, e fu in quei 10 metri che si consumò la nostra vendetta. Quella sera Padre Osvaldo optò per il minestrone, ma con quella scelta non fece un buon affare: dentro il suo piatto fumante fu versata un'intera bottiglietta di Guttalax, un purgante micidiale trafugato dall'infermeria. Il piatto fu servito al suo destinatario con tutta la serenità e innocenza possibile. Padre Osvaldo si tuffò sulla pietanza con la sua consueta avidità felina, e il minestrone sparì tra sue fauci in un battibaleno, dopo di che si pulì la bocca esclamando: “Buonissimo, proprio come lo faceva la mia povera mamma.” Ora, io la sua povera mamma non l'ho mai conosciuta, ma se il minestrone era così come lui sosteneva, allora faceva proprio cagare, nel vero senso della parola. Gli effetti del diabolico miscuglio non tardarono molto ad arrivare, ed i primi sintomi lo colsero in chiesa durante la recita delle preghiere serali; Padre Osvaldo ad un certo punto scappò via a gambe levate, tenendo con una mano la tonaca alzata per non inciampare e l'altra premuta sulla pancia a causa dei dolori lancinanti. Non si seppe mai ufficialmente se arrivò in tempo nel bagno in camera sua, ma l'inconfondibile odore di diarrea lasciato lungo i corridoi lasciava ben pochi dubbi. Di certo si sa solo che per 24 ore non riuscì ad allontanarsi a più di 10 metri dal suo nobilissimo cesso, e chi passava nei pressi della sua dimora, poteva udire distintamente gemiti e mugolii simili a quelli normalmente emessi da una partoriente.

Era fatta: ognuno dei tre aveva pagato il suo debito, e se esiste un Dio con un po’ di sano senso dell’umorismo, starà sicuramente ancora ridendo di tutto quello che combinammo ai suoi ministri. Finisce qui una delle tante mie avventure dell’epoca del seminario, un periodo che ricordo distintamente e che non rimpiango nel modo più assoluto: ne combinai tante, è vero, ma pagai anche, e tante volte in misura molto superiore al danno arrecato. In seminario ci sono entrato malvolentieri e ancor più malvolentieri ci sono rimasto per ben due lunghi anni. Quel periodo finì in modo a dir poco tempestoso, perché è vero che: “chi semina vento, raccoglie tempesta.”

Da giovane io ero così: ribelle e indomabile come un barbaro, come un capo degli Unni, come appunto Attila, detto anche Flagellum Dei.

Ultima modifica: 14/05/2012 alle 13:32

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